Welfare aziendale, cos’è cambiato dopo la pandemia

A seguito dell'emergenza sanitaria un nuovo concetto di welfare si sta facendo strada: salute, sicurezza, wellness e redditività sono i nuovi punti di riferimento da prendere in considerazione in qualunque attività imprenditoriale. Un maggiore benessere e una migliore realizzazione personale contribuiscono ad una migliore capacità produttiva.

L’emergenza Covid-19 è stata senza dubbio un punto di svolta nella diffusione delle politiche di welfare aziendale e nelle riorganizzazioni in ambito lavorativo. I temi legati alle condizioni di salute e al miglioramento della qualità di vita negli ambienti di lavoro sono molto attenzionati anche perché la pandemia ha messo in luce le debolezze del sistema aziendale. Un nuovo concetto di welfare si sta facendo strada, molto diverso rispetto a quello conosciuto fino ad oggi. I futuri piani di welfare aziendali non contempleranno più semplici voucher, viaggi, buoni carburanti, buoni palestra, ma dovranno tener conto anche di benefit legati alla sfera personale dei lavoratori. Salute, sicurezza, wellness e redditività sono le nuove parole chiave. Le aziende sono “costrette” a introdurre attività di prevenzione e gestione della sicurezza organizzativa; coordinarsi con il SNN; ridefinire il concetto di sicurezza sul lavoro ampliando le funzioni del RSPP e del RLS, sviluppando l’assistenza sanitaria integrativa e investendo in polizze collettive; rafforzare la conciliazione vita-lavoro, potenziando i benefit di sostegno e ripensando le policy di ageing aziendale; introdurre il benessere digitale, ovvero non solo strumenti tecnologici, veloci e di qualità per lavorare in remoto, ma anche ricerca e rispetto di un maggiore equilibrio tra la propria dimensione personale e quella lavorativa con attenzione al diritto di disconnessione.

Nei luoghi di lavoro è importante creare un ambiente salubre e accogliente che non sempre viene garantito ai dipendenti. La correlazione tra benessere e realizzazione personale è molto forte e invoglia anche ad una migliore capacità produttiva. Secondo una ricerca dell’AIDP su un campione di 600 aziende sono aumentate del 91% le dimissioni nella fascia tra i 25-36 anni a causa di una grande insoddisfazione personale.

I paesi anglosassoni stanno puntando moltissimo a introdurre misure volte alla promozione e alla prevenzione della salute. Le misure, che procurano benessere fisico e psicologico, si possono identificare in:

  • salute e sicurezza: aspetti legati al regime regolatorio vigente ai sensi di legge relativamente alla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro;

  • prevenzione e promozione della salute: azioni di prevenzione primaria finalizzati alla promozione attiva della salute;

  • gestione della malattia: interventi di prevenzione secondaria, mirati a gestire le situazioni di malattia (assenza lunga dei dipendenti e la disabilità degli stessi).

Da un lato la pandemia ha comportato tagli di bilancio e riduzione dei costi e dall’altro lato ha “imposto” la gestione, sempre più frequente, di disordini interni legati al personale dipendente e scioperi, indetti per richiedere maggiori tutele sia economiche sia in materia di sicurezza sul lavoro.

Per costruire basi solide serve flessibilità. Non c’è welfare che tenga se i collaboratori sono poco inclini a soddisfare le necessità progettuali d’impresa, servono forme contrattuali che consentano alle aziende di muoversi con dinamicità nel mercato.

Questa pandemia ci ha drammaticamente ricordato come il welfare aziendale fosse importante quanto le strategie di business. Le attività che avevano un piano welfare integrato e avviato, infatti, hanno saputo reagire meglio in questo periodo così sfidante. Per questo, possiamo affermare che investire nel welfare e renderlo parte della propria strategia aziendale avrà effetti diretti anche sulla produttività: il 55% delle imprese che l’ha messo in pratica ha già registrato un ritorno positivo sulla sua produzione..

 

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