Rischio, conoscere la storia (sentenze) per migliorare il presente

Sentenze che hanno fatto la storia.

Ci sono storie che non vorremmo mai conoscere e ci sono pagine della storia che avremmo preferito non fossero scritte. Quando una tragedia squarcia il velo della decadenza di un Paese nulla può riportare indietro le vittime dell'incuria o di comportamenti puramente criminali. Si può allora cercare di dare un senso a quanto accaduto come insegnamento per il futuro. Se gli incidenti diventano occasioni per cambiare davvero in meglio la vita di milioni di persone, il dolore di chi li ha subiti o dei loro cari non verrà certo mitigato, ma almeno queste persone avranno – loro malgrado – contribuito ad un miglioramento collettivo dello stato di salute della nostra popolazione.

E allora, per non dimenticare e per imparare davvero dagli errori del passato facciamo un rapido excursus su tre grandi “pagine drammatiche” della nostra storia recente e vediamo come le cose stanno cambiando negli ultimi anni.


Il caso Ipca di Cirié

Li chiamavano Pissabrut “pisciarosso”, persone che urinavano rosso. Questi erano gli operai dell’Ipca di Ciriè. 168 di loro morirono a causa di una malattia presa sul luogo di lavoro.

L’Industria Piemontese dei Colori di Anilina, proprietà delle famiglie Ghisotti e Rodano, era attiva dal 1922 per la produzione di pigmenti a base di ammine aromatiche che si scoprirono essere potenti cancerogeni vescicali, la cui pericolosità era stata descritta fin dal 1895 dal chirurgo tedesco Ludwig Rehn. Eppure il medico della fabbrica suggeriva ai dipendenti che urinavano rosso di bere meno vino e

più latte...

Al termine di un lungo processo, i titolari, i dirigenti ed il medico dell’azienda furono condannati per omicidio colposo grazie alle denunce di due operai, Albino Stella e Benito Franza. Venne quindi accolta per la prima volta (e fece precedente) la costituzione del sindacato come parte civile in una causa per omicidi bianchi, e solo poche famiglie accettarono il risarcimento offerto dai Ghisotti per chiudere il

contenzioso.


Il caso Eternit e le battaglie per l'amianto

Una delle problematiche più note al grande pubblico in tema di morti o malati causati da più o meno gravi inadempienze da parte di qualche imprenditore è il caso Eternit e più in generale la questione dell'amianto che per anni ha ricoperto e in parte ancora ricopre milioni di tetti delle nostre case o dei nostri uffici.

Eternit è un marchio registrato di fibrocemento realizzato facendo uso di amianto, una sostanza la cui fibra ha effetti cancerogeni. Il brevetto risale al 1901 e venne acquistato due anni dopo dall’azienda svizzera Schweizerische Eternitwerke AG, che negli anni Venti cambiò il suo nome in Eternit. Eternit è dunque anche il nome dell’azienda produttrice di quello specifico tipo di fibrocemento. Negli anni Cinquanta a Casale Monferrato cominciarono le malattie e le morti degli operai che lavoravano all’Eternit: e cominciarono le prime richieste e gli scioperi degli operai per avere maggiore tutela della salute nel posto di lavoro. Negli anni Sessanta iniziarono ad ammalarsi e a morire anche persone che non erano direttamente occupate nella fabbrica (la malattia ha una latenza di circa 30 anni). Nel 1986 Eternit chiuse: il ramo italiano dell’azienda era fallito. Il 22 dicembre del 2004 venne presentata a Torino la prima denuncia contro i proprietari dell’azienda per inosservanza di qualsiasi disposizione in materia di sicurezza sul lavoro. Ci furono oltre due condanne (in primo e secondo grado). I due proprietari della multinazionale dell’amianto, vennero condannati a 16 anni per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Vennero anche stabiliti risarcimenti danni per circa 90 milioni di euro destinati al comune di Casale Monferrato (principale soggetto delle bonifiche), alla regione Piemonte, a sindacati e varie associazioni e 30 mila euro agli ammalati di patologie legate all’amianto e alle famiglie delle vittime.

Il tutto, però, venne “ribaltato” dalla Corte di Cassazione che annullò le condanne sulla base della prescrizione.


Il caso ThyssenKrupp

L'incidente della ThyssenKrupp di Torino fu un grave incidente sul lavoro avvenuto il 6 dicembre 2007 nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, nel quale otto operai furono coinvolti in un'esplosione che causò la morte di sette di loro. L'incidente è considerato tra i più gravi avvenuti sul lavoro nell'Italia contemporanea.

Critiche all'azienda furono sollevate da più parti, sia perché alcuni degli operai coinvolti nell'incidente stavano lavorando da 12 ore, avendo quindi accumulato 4 ore di straordinario, sia perché secondo le testimonianze di alcuni operai i sistemi di sicurezza non funzionarono (estintori scarichi, idranti inefficienti, mancanza di personale specializzato).

Il 15 aprile 2011 la Corte d'assise di Torino ha confermato i capi d'imputazione a carico dell'amministratore delegato della società condannandolo a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Altri cinque manager dell'azienda sono stati condannati a pene che vanno da 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi.

Nel 2012 la Corte d'appello ha modificato il giudizio di primo grado, non riconoscendo l'omicidio volontario, ma l'omicidio colposo, riducendo le pene ai manager dell'azienda.

Nella 2014 la Corte di Cassazione ha confermato le colpe dei sei imputati e dell'azienda, ma ha ordinato un nuovo processo d'appello per ridefinire le pene. Infine, la Corte d'Appello di Torino ha ridefinito le pene il 29 maggio 2015 condannando le diverse parti in causa a pene che vanno da qualche mese a nove

anni.

I familiari più prossimi delle sette vittime accettarono l'accordo con l'azienda in merito al risarcimento del danno per una somma complessiva pari a 12.970.000 euro, rinunciando al diritto di costituirsi parte civile nel processo successivo.

In questo caso, quindi, le condanne sono state rese definitive e gli imputati hanno ricevuto un risarcimento.


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